Il principio dell’estetica. La ricerca del sublime. La visione dell’esistenza. Sono questi i valori che rendono distintiva l’arte. E quando ArtGallery li ritrova nel lavoro di un artista, lo premia nominandolo artista del mese e dedicandogli uno spazio espositivo virtuale. Perché l’arte non deve rimanere nascosta. Ma deve uscire a illuminare le coscienze.

Titolo Opera: il silenzio del vento
Dimensioni: 120x100cm
Anno: 2017

Artista del mese
Marta Mancini

gennaio 2018

L'artista Marta Mancini risponde ad alcune nostre curiosità sui suoi eterei e delicati lavori.
Hai sempre dipinto quadri astratti oppure il tuo primo approccio verso l’arte è stato di tipo figurativo, stile che poi si è evoluto nel tempo?

Credo come tutti gli artisti considerati astratti, anche io ho avuto degli esordi figurativi. Nei primi anni di Accademia ad esempio dipingevo delle cattedrali gotiche. Forse la suddivisione geometrica di alcune mie tele deriva proprio dalle geometrie architettoniche di quella prima ricerca. Oggi però, secondo me, non ha più senso parlare di astratto o figurativo. Se pensiamo ad alcuni pittori, come ad esempio Morandi o contemporanei come Pizzi Cannella, è limitante considerarli figurativi o astratti: sono entrambe le cose. I miei dipinti sono astratti ma rimandano magari ad un’idea di figurazione e viceversa.  


Da un punto di vista artistico queste campiture colme di colore protagoniste dei tuoi lavori prendono ispirazione da qualche maestro del passato? Penso, ad esempio, alle tele di Marc Rothko. Lo consideri un artista di riferimento per la tua ricerca artistica?

Amo molto Rothko, le sue opere così classiche ed equilibrate sono in realtà mosse da una profonda sofferenza interiore. La prima volta che vidi una sua mostra a Basilea rimasi folgorata, per giorni non ho pensato che a quei quadri, quelle enormi tele che mi avevano sovrastata, avvolta, in cui ero entrata dentro. E’ da sempre l’artista che amo di più ed è sicuramente importante per la mia ricerca, ma l’atto creativo è per me un momento molto intimo e interiore, non posso riferirmi a nessun altro se non che a me stessa. E’ un continuo scavarsi dentro, una sorta di ‘autoseduta’ psicoanalitica!


  Come nascono le tue opere? Parti da un concetto o da una forma che osservi nella quotidianità oppure i tuoi lavori fanno parte di un discorso più ampio, di pura ricerca sul linguaggio e sulla composizione visiva?

Non è facile parlare della nascita di un’opera. La realtà può essere uno stimolo ma nei miei lavori non vi è alcun intento di rappresentarla. Ad esempio nelle ultime opere, nate dopo un viaggio in Sicilia e l’immersione in una grande opera ambientale come il Cretto di Gibellina, io non ho voluto rappresentare questa terra o rifarmi all’opera di Burri ma l’eco emozionale di quest’esperienza mi è rimasto dentro, segnandomi interiormente e trasmettendomi delle sensazioni, delle intuizioni che sono poi riuscita a trasferire sulla tela. Le mie opere nascono da un impulso interno, un’esigenza e al tempo stesso un tormento che si placano solo quando l’opera è conclusa. M’invade come un senso di insoddisfazione e inizio ad immaginare cosa vorrei vedere sulla tela bianca, quali colori, quali forme, ma non so come sarà l’opera finita. C’è un imput iniziale ma poi l’opera cresce e si sviluppa nel fare pittorico. Alcune opere sono molto materiche, ci sono tanti strati: è la storia del quadro, come una pelle che segna i tanti passaggi prima di arrivare alla conclusione. Altre invece sono più immediate; poche velature, ampie stesure di colore molto tirato: queste sono le opere che amo di più, quelle più sofferte perché a lungo meditate. Proprio per questo tempo molto dilatato di meditazione hanno spesso un’esecuzione rapida e sicura. Quando ritengo che l’opera sia conclusa, quando sento il bisogno di fermarmi, ritrovo una serenità e una soddisfazione che mi ripagano della ‘sofferenza creativa’ subita.


  Alcuni tuoi quadri ricordano dei paesaggi visti dall’alto. È un’allusione ricercata o una coincidenza? Hai mai lavorato utilizzando fotografie aeree, google maps o dei droni?

Nessuna fotografia o google maps! Molti vedono nelle campiture piatte dei miei dipinti degli orizzonti, dei paesaggi, altri interpretano gli intrecci materici ortogonali come vedute aeree su città o centri urbani. Questo non mi disturba: ognuno è libero di vedere nelle mie opere ciò che vuole o ciò che sente, ma rapportare il mio lavoro a qualcosa di iconico e reale non credo sia la giusta chiave di lettura per riuscire a capirlo fino in fondo. Nelle mie opere non c’è alcun intento raffigurativo: ciò che mi interessa è il colore, l’equilibrio compositivo, la superficie. L’autoreferenzialità dell’opera è unita sempre e comunque alla componente romantica che rimanda alla mia interiorità.


  La scelta dei colori è sempre molto accurata, omogenea e ricade in un ventaglio ristretto di cromie. Come mai questa propensione?

Ci sono dei colori che sento molto, che mi appartengono, ad esempio i bianchi o i grigi. La scelta cromatica è sempre legata al mio modo di sentire il momento che sto vivendo e che, anche inconsciamente, verrà riversato sulle opere. Anche quando utilizzo colori molto contrastanti c’è sempre in fondo la ricerca di un equilibrio. Il contrasto più estremo è comunque attutito e ammorbidito da qualche passaggio tonale.


  Negli ultimi anni oltre a opere su tela hai anche creato installazioni artistiche assemblando quadri e luci nello spazio. Puoi parlarci ad esempio di Attese?

Con questa installazione ho voluto rappresentare il concetto di attesa, di sospensione dal tempo. Spesso viviamo in attesa che qualcosa accada; le nostre aspettative ci alienano dal reale proiettandoci mentalmente nel futuro. L’attesa è qualcosa che ci accompagna costantemente facendoci oscillare tra speranza e tormento, a volte questa inquietudine ci distrae dal vivere pienamente il presente, altre volte invece rende più sensibile la nostra coscienza, più vigile e attenta a cogliere le minime sfumature prima della loro resa al tempo. Credo che la mia ricerca rimandi spesso al senso del tempo: è come racconto intimo che raccorda il passato al presente, un guardare avanti e indietro, l’urgenza di lasciare una traccia che in quanto tale è presenza e insieme assenza e perdita.


  Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai lavorando a una nuova serie o hai dei propositi per l’anno appena iniziato?

Sto pensando ad un nuovo ciclo di opere di grandi dimensioni, con uno sviluppo verticale per una personale a fine anno. Ancora ho soltanto qualche idea sui formati, il resto verrà fuori dopo aver tirato le tele.  


Per ulteriori informazioni ecco il sito dell'artista Marta Mancini.